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"C'è un tempo per tacere e un tempo per parlare"
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Il mio 'Addio alle armi'

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giuramento-reclute giuramento-reclute Partii "militare" qualche giorno prima del mio onomastico. Lasciavo il mare e il sole alle mie spalle su quel treno che per la prima volta mi portava per così tanto tempo e così lontano da casa. Arrivai in una caserma del NORD che piovigginava, mi fu assegnata una divisa, una branda e un fucile per combattere una "guerra finta". Sveglia, alza bandiera, esercitazioni e allarmi. Mensa, spaccio e libera uscita. Poi lettere da spedire e lettere da aspettare e l'attesa di un permesso o di una licenza che tardava ad arrivare. Fu un inverno rigido e pieno di neve, di quelli che qui dai noi non abbiamo mai visto e lo scorrere lento di ogni giorno si concludeva con il contrappello e il malinconico suono del SILENZIO. Avevamo quasi tutti vent'anni, pieni di sogni, di progetti e di ambizioni. Ci aspettavamo dalla vita grandi cose che da lì a breve sarebbero arrivate o forse non sarebbero mai arrivate. Ci furono feste non festeggiate, ricorrenze dimenticate ma ci furono giorni di grande divertimento e di allegria tra noi "commilitoni" che pian piano stavamo diventando "nonni". In tutti quei mesi avevo contato ogni giorno, ogni ora, ogni momento. Ero convinto che non appena avrei avuto tra le mani quel "foglio di congedo illimitato" sarei sparito in un attimo. Ma quando quell'attimo arrivò non avevo più fretta, mi attardavo ad andar via, continuavo a salutare, mi rigiravo in quella caserma che non mi era sembrata mai così bella e anche la divisa estiva che non avrei più rimesso, mi sembrava diversa, mi vedevo meglio. Non avevo più fretta, troppa calma, quasi paura d'affrontare il mondo fuori e un velo di malinconia mi scendeva al pensiero di non rivedere più quei miei amici con cui avevo condiviso dodici mesi. Avevo preparato la valigia, avevo festeggiato il mio "addio alle armi" in una trattoria di un paese vicino, avevo salutato e abbracciato ripetutamente i "commilitoni" più cari. Avevo augurato a tutti buona fortuna ed ero libero di andar via che erano passate da poco le dieci. Per 365 giorni m'ero lasciato tormentare dai ricordi e dalla nostalgia di casa, per 365 giorni non avevo pensato ad altro, avevo aspettato solo quel giorno di fine "naia". Potevo avere 1000 ragioni per essere felice, ma non lo ero. Rimandai la partenza alla sera con la scusa che avevo altre cose da preparare. Era il tramonto, uno dei più bei tramonti che avessi mai potuto vedere nel cielo di NOVARA, neanche una nuvola, un cielo chiaro e pulito. Soffiava un venticello di tramontana quando salì insieme ai miei amici più cari su quella JEEP dell' ESERCITO che mi accompagnava in stazione. Attraversai per l'ultima volta il paese che cominciava a riempirsi di gente, facendo finta di scherzare. Era il mio "addio alle armi". Qualche lacrima non mancò, continuai a salutare i miei amici, sin quando la JEEP sparì dietro l'angolo e prese la strada del ritorno in caserma. Nessuno di quegli amici ho più rivisto ma ancora oggi li ricordo tutti. Non ricordo più quanto ci metteva il treno ad arrivare a Milano. Se non ricordo male mezz'ora circa, da lì sarei salito sul treno che mi portava dritto verso casa. Quel treno si fermò in tutte le stazioni del mondo e puntuale come mai arrivò alla stazione di LECCE mentre io che non avevo chiuso gli occhi per tutta la notte cominciavo ad avere i primi sintomi di cedimento. Durante il viaggio avevo ripercorso tutti i santi giorni di naia, sin quando le prime luci dell'alba avevano illuminato tutti quegli ulivi che mi venivano incontro ed il sole che cominciava a salire, cercava di infilarsi tra i rami. Ero quasi arrivato e malgrado continuassi a chiedermelo non ero ancora riuscito a capire perché non ero felice. Un caffè mi tenne sveglio quelle due ore che dovetti aspettare per prendere il treno che da Lecce m'avrebbe portato al mio paese. E lì arrivai in quel caldissimo giorno di giugno mentre i tocchi delle campane suonavano "mezzogiorno" e la città era quasi pronta a festeggiare il Santo Patrono. Ero stanco, ancora non mi sembrava vero e ancora non avevo addosso un briciolo di gioia, ma quando cominciai a incontrare per strada i miei vecchi amici, quando cominciai a respirare il profumo della mia terra, ad avvertire il calore della gente mi si aprì il cuore. La mia "finta guerra" era finita e forse l'avevo anche vinta. ( continua )

 


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