La bici blu

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biciblu biciblu Era una domenica come tante, con quelle poche macchine in giro e con un sole che già alle otto di mattina faceva sentire tutta la sua forza, ed io che scorazzavo con la bici su quelle strade del Rione Italia tutte buche e sassi. Presi larga la curva che incrocia via Venezia con via Sorrento, sbandai con la mia bici nuova fiammante e andai a sbattere contro il muro dell'abitazione di una signora che conoscevo e che mi conosceva benissimo. Mi alzai da terra spaventato, impaurito e soprattutto preoccupato per la mia bici. Vidi sulla maglietta a righe bianche e blu col collo a barca che indossavo, una goccia di sangue, mi portai una mano sulla fronte e la vidi sporca di sangue. Lasciai la bici a terra e corsi verso casa che era all'angolo dopo. Mio padre fortunatamente era ancora in casa e con la sua bici maschile, mi accompagnò al pronto soccorso che allora era a fianco alla Chiesa della Madonna del Carmine.
Quella poveretta di mia madre arrivò poco dopo a piedi, spaventata da morire quando già il medico del pronto soccorso si accingeva a mettere un punto di sutura. Un po' di dolore me lo ricordo ancora ma non mi scese una lacrima, quasi a farmi perdonare. Tornammo a casa a piedi, con mio padre che teneva con una mano la mia e con l'altra la bici. Non vedevo l'ora di arrivare a casa, ormai non avvertivo più alcun dolore, il mio pensiero era quello di controllare la mia "bici blu" che nel frattempo avevano portato a casa mia. La vidi appoggiata al muro a fianco alla porta di ingresso, lasciai la mano di mio padre e la raggiunsi in un attimo. La controllai dappertutto, aveva una rigatura quasi invisibile sul pedale destro e un po' di terra che tolsi via subito. Era tornata brillante più di prima ma quel giorno non la presi più.
Per i giorni che seguirono andai in giro con molta calma ma dopo una settimana, avevo appena tolto " il punto" di sutura, sperimentavo nuovi modi di guidare la bici, tra i rimproveri di mia madre che dalla finestra mi osservava e le urla di mio padre che minacciava di "chiuderla".
Venne l'inverno e quella bici era sempre parcheggiata in casa, un giorno pioveva un giorno era troppo freddo, un giorno c'erano troppo compiti e non c'era tempo. Arrivò finalmente la primavera e una domenica mattina ripresi la bici, gonfiai le ruote, la lavai per bene e la portai fuori. Non mi trovavo più con le misure, mi sembrava troppo piccola. Quell'inverno ero cresciuto in fretta, le ginocchia urtavano sul manubrio e non riuscivo più a pedalare. Provai ad alzare il sellino, ma non c'era verso, d'un tratto quella bici era diventata troppo piccola. Ne chiesi una nuova come regalo per il mio onomastico ma non ci fu verso, c'erano cose più importanti da fare. Me ne feci una ragione e aspettai. La trovai una mattina di mezza estate in cucina incartata nella plastica. Era un po' diversa, era con il "cambio", il manubrio piccolo ed all'ultima moda. Feci salti di gioia, ma solo per dare piacere ai miei che per comprarla avevano fatto sacrifici. Quella notte sognai la mia vecchia "bici blu".