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"C'è un tempo per tacere e un tempo per parlare"
Viva Athena
Parva

Parole, numeri e falsità

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E' curioso che io abbia scritto questo mio contributo non sapendo affatto che, sulla scia di Luca, Libione mi avrebbe in un certo senso preceduto, al di là dell'impostazione certamente diversa, nel citare il dualismo ragione/sentimento. Forse è il segno che il disagio derivante da questo genere di contrasti è, per così dire, "nell'aria".
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Fa più male una parola o un numero? La domanda all'apparenza bizzarra nasconde a dire il vero questioni più rilevanti. Cosa rispondere infatti se, ad esempio, la parola è "crisi" e il numero è quello dei lavoratori licenziati o il saldo del conto in banca? I più pragmatici diranno che alla fine ciò che conta è quel numero sull'estratto conto, confondendo forse un po' la causa con l'effetto; un politico si esibirà in un balletto di cifre che evidenzi le conseguenze della crisi sui settori del suo "colore"; chi riflette un po' di più si chiederà, al di là dei freddi numeri, cosa significhi poi davvero la parola "crisi", non solo finanziariamente parlando. Questa apparente speculazione ci riguarda molto da vicino, data la frequenza con cui i numeri ci appaiono intorno. E non si potrebbe fare diversamente, giacché solo i numeri possono quantificare davvero, così come solo le parole possono qualificare davvero. Quantificare e qualificare sono d'altronde due esigenze irrinunciabili dell'uomo, soprattutto se si riconoscono in esse gli archetipi di oggettivismo e soggettivismo, o se vogliamo di razionale ed irrazionale. Esasperare questa dicotomia, confondendo i ruoli del quantificare e del qualificare, rende malata la nostra società. Semplicemente, bisognerebbe usare i numeri per quantificare e le parole per qualificare; e invece, subiamo l'incessante frastuono di cifre senza senso o manipolate a convenienza, così come ci lasciamo avvelenare da una soggettività disonesta, nostra ed altrui, che allontana dalla verità. D'altronde, come evitare le conseguenze di una società soggiogata dallo strapotere dello "share"? Nella quale una non-notizia può diventare degna di nota solo perché molto "cliccata" sul web, come se famoso significasse necessariamente rilevante? E non sarebbe certo un attentato alla democrazia affrancarsi almeno un po' dal consenso dei più! L'errore è quello di trarre facili implicazioni non veritiere, dando ai numeri significati che non hanno. Affidereste il disinnesco della bomba sotto la vostra sedia al risultato del sondaggio "quale filo dovremmo tagliare?", piuttosto che al parere di un esperto artificiere? E perché allora si stabilisce spesso il valore di un evento in base al numero degli astanti, invece di discuterne il merito? La risposta purtroppo è nota: giudizi di merito che siano accettabilmente oggettivi richiedono una buona dose di onestà intellettuale. Ed è così che, per supplire all'inadeguatezza non delle parole ma di chi le usa, siamo costretti ad affidarci al più sintetico ed oggettivo numero, subendo per contrappasso un annichilimento semantico disumanizzante. Ma, proprio per questo, occorrerebbe tener ben presente che i numeri sono sempre il frutto di tante parole; di considerazioni, di scelte, di idee ed opinioni. E dunque servirsi dei numeri come rivestimento di oggettività per tutte le occasioni non è affatto onesto, poiché solo una giusta contestualizzazione può spiegare cosa davvero quei numeri significano. D'altro canto demonizzarli o ignorarli è irresponsabile, perché solo quantificando è possibile ridurre il rischio di pericolose  manipolazioni. Eppure la prassi diffusa è quella di affidare ai numeri il peso di ciò che non si ha il coraggio di comunicare a parole, e ricorrere alle più flessibili parole quando i numeri parlano troppo chiaro. Ma gli effetti di questo conflitto numeri/parole (oggettività/soggettività), benché forse più evidenti nella politica e nell'economia, non sono circoscrivibili e permeano ogni ambito umano. Si prenda ad esempio la Musica: se infatti qualcuno ricorre al soggettivissimo de gustibus (che notoriamente non disputandum est) per giustificare anche la più oggettiva mancanza di ogni senso artistico, qualcun altro con una superficialità dissacrante stabilisce il valore di un musicista citandone i "numeri" (dischi venduti, spettatori ai concerti, click su youtube o myspace). Esempio affatto raro di vedute antipodali eppure ugualmente insulse. Ma non è tutto. Astraendo un po' il discorso, viene in mente una nota pubblicità che retoricamente chiedeva: "...solo 382 grammi di acero dei Balcani e abete della Val di Fiemme?", riferendosi ad uno Stradivari. No, appunto. E tuttavia c'è chi vorrebbe ridurre la Musica a sola Fisica (oggettiva, cioè razionale), o introduce al suo interno un'alienante logica numerica in sostituzione dell'ispirazione (soggettiva, cioè irrazionale). Ed è pure vero che la bellezza della Musica deriva, tra l'altro, anche dai rapporti numerici (consonanti e dissonanti) esistenti fra i diversi suoni, a conferma del fatto che il razionale e l'irrazionale sono parti di uno stesso tutto; ma, d'altro canto, sono svilenti le istanze di un razionalismo cieco che pretende di negare ogni forma di trascendenza. Lo stesso razionalismo che riduce i sentimenti ad un insieme di reazioni biochimiche, come se il modo fosse anche il
senso. Il conflitto tra oggettività e soggettività è una guerra fratricida, e si trasferisce amplificata su chi decide di appartenere ad una delle due fazioni, mancando di
realizzare che i ruoli del razionale e dell'irrazionale sono complementari, non contrapposti né alternativi. Uno dei pochi casi in cui non scegliere non è ignavia bensì la
miglior scelta. Ma inutile illudersi troppo: perfino il nostro piccolo mondo quotidiano è logorato da questo conflitto di ruoli. Ogni volta che del tempo dedicato agli altri privilegiamo la quantità e non la qualità (anche se spesso i nostri rapporti sono orfani di entrambe...); ogni volta che ci priviamo di intime soggettive parole, così difficili da dire, conformandoci ad una comoda emotività stereotipata; ogni volta che pensiamo di poter trattare con razionalità ciò che razionale non è. Costruendo alibi di "oggettività" e corazze di "razionalità" come rimedio alle nostre insicurezze... Nessuno può bastare a se stesso, e fuggire da questa società confusa, con la quale occorre invece necessariamente confrontarsi. La nostra duplice natura razionale/ irrazionale si potrà allora esprimere davvero solo grazie all'unione di soggettivi ma onesti pensieri (parole) e oggettivi ma contestualizzati fatti (numeri), entità opposte che si completano a vicenda, se rispettate nel loro ruolo. Spetta alle nostre piccole scelte riportare un po' di verità nei rapporti umani, siano essi personali, sociali, economici o politici. Non c'è risposta alla domanda d'apertura, perché parole e numeri sono entrambi alfieri della nostra intima essenza di uomini. Solo la nostra ragione e i nostri sentimenti possono dar loro il giusto significato.

 


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