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"C'è un tempo per tacere e un tempo per parlare"
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Dove stiamo andando a finire, “in media”?

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Non è il caso di tornare nuovamente su un tema che io reputo fondamentale, qual è il rapporto tra oggettivo e soggettivo, tra numeri e parole, e di cui ho già profusamente sproloquiato in un precedente Dubbio. E mi rendo pure conto che la percezione media (e qui mai termine fu più ironico, come sarà chiaro nel seguito) di certe questioni è più rilassata della mia. Detto ciò, prendo a pretesto una notizia apparsa sulla stampa nazionale, e rimbalzata dai telegiornali: “Retribuzioni, +2,2% in media nel 2010”. Gli articoli e i servizi a corredo non hanno commentato molto altro se non la flessione rispetto al 2009. La questione è questa: chi di noi direbbe “mi sento bene, non ho né caldo né freddo” avendo i piedi nel ghiaccio e la testa in un forno rovente? La battuta, che circola negli ambienti in cui la Statistica è affrontata con un minimo di serietà, mette in guardia contro un utilizzo disinvolto e acritico del concetto di media. Se infatti è spesso utile sintetizzare un fenomeno usando un indicatore medio, d’altro canto in molti casi questa informazione è fuorviante (quando non volutamente ingannevole) se manca un riferimento almeno vago a come i dati sono distribuiti. Tradotto, vuol dire che non si dovrebbe mai e poi mai fornire un dato medio di incremento delle retribuzioni senza accennare, almeno per sommi capi, a CHI ne ha beneficiato. Si potrebbe scoprire, forse, che una percentuale bassissima della popolazione ha registrato un discreto aumento nelle retribuzioni, e invece la maggior parte dei lavoratori non ha visto nessun aumento apprezzabile, e qualcuno (quanti?) non ha più alcuna retribuzione o mai ne ha avuta una. Questa “disattenzione” sul problema della distribuzione della ricchezza non va affatto letta come una veniale mancanza di approfondimento: è ormai prassi che, per incapacità o per dolo, i dati dettagliati che l’ISTAT fornisce vengano "sintetizzati" in modo poco opportuno, col risultato finale di veicolare una visione distorta della realtà. Senza contare che già di per sé molti indicatori necessiterebbero di una profonda revisione, dal paniere inflazionistico al concetto stesso di PIL, così lontano dal fotografare il benessere lato sensu di una nazione. E' anche a causa di questo modo di “fare informazione” che, ogni giorno, perdiamo un pezzo di futuro. Mi piacerebbe riflettere sulle cause che possono aver portato ad un certo giornalismo, ad una parte (quanta?) dell’opinione pubblica senza strumenti critici adeguati e succube del bombardamento mediatico e dell’impoverimento della cultura e della coscienza sociale, ad un percezione “media” passiva o intellettualmente disonesta di una realtà che dovrebbe invece indignare senza riserve (come l’attuale situazione socio-politica dimostra). Mi piacerebbe addentrarmi e rendere manifesto ciò che vedo intorno, e chiedere a tutti se siamo consapevoli o meno di dove stiamo andando a finire, “in media”. Ma non lo farò. Mi fermerò qui, citando Saramago: “non perché mi manchino le parole, ma perché mi ripugnano”.

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