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"C'è un tempo per tacere e un tempo per parlare"
Viva Athena
Parva

Buoni propositi

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Brindisi-20120519-00089 Brindisi-20120519-00089 Scendono in tantissimi dai pullman, la mattina; sonnecchianti, sempre, qualcuno già sorridente, altri con i libri aperti sulle ginocchia, seduti sui marciapiedi a ripetere le ultime cose, perché sta finendo il trimestre, la prof. forse interroga. In attesa che la campanella faccia tramontare la tentazione di una giornata di libertà al mare, affollano i sagrati di qualche chiesa, gli spazi antistanti le nostre scuole, vestiti un po' tutti uguali: i pantaloni sempre più giù, gli orli delle gonne sempre più su, gli occhiali da sole grandi, le tute informi, sulle spalle sempre meno zaini, sempre più borse della mamma.
Quelle della scuola Morvillo erano così: bambine cresciute in fretta, aspiranti stiliste nel sud del sud d'Europa. La scuola, nella periferia, raccoglie centinaia di vite giovani che sentono parlare di crisi, ancora senza sentirla addosso davvero; imparano la legalità, ancora senza capire in fondo il senso dello Stato. Galleggiano nel limbo della pre-adolescenza, in un tempo molle e ondivago e in uno spazio in cui i colpi sordi dell'ingiustizia e della fatica arrivano ancora ovattati.Frequentano un istituto professionale. Non un liceo. Un istituto professionale.
I ragazzi non sono tutti uguali: salve le ovvie eccezioni, i ragazzi degli istituti professionali sono diversi da quelli dei licei; molti hanno scelto di imparare un mestiere fra i banchi di scuola, perché questi non sono più i tempi delle botteghe artigiane e le imprese non assumono apprendisti nemmeno fra i laureati. I pendolari, poi, fanno una fatica doppia: sveglia alle sei, ché passa il pullman; arrivo a scuola presto, e poi attesa, sotto la pioggia o sotto il sole perché arrivino i compagni fortunati e suoni la campanella, anche per mezz'ora, fuori, sui gradini, a contare i giorni che mancano all'estate o agli esami che sanciranno la maturità.
A poche centinaia di metri dall'Istituto Morvillo c'è il Tribunale. Il terrore (mafioso o no) ha scelto la scuola. Vent'anni fa finivano sotto le bombe due magistrati; vent'anni dopo, qualche sedicenne. La prevaricazione ed il malaffare temono la scuola, prima ancora che le indagini ed i maxi-processi. E un magistrato che muore mentre lavora genera meno terrore di una ragazza che muore mentre sfoglia il suo diario.
Disorientati. Siamo così, attoniti. A Brindisi sono arrivati ministri, sottosegretari, vescovi, a condannare il "mostro". Lo Stato (che in passato ha firmato patti con quel diavolo) e la Chiesa (che ha spesso taciuto, quando i parroci del paesino facevano sostare per un attimo la Madonna in processione sotto le finestre di qualche boss mafioso).
Forse, nelle omelie di questa come di molte domeniche a venire, i parroci delle nostre parrocchie potrebbero parlare di giustizia, oltre che di carità e potrebbero ricordare che Dio non parla la lingua del terrore, né del cedimento al terrore. Potrebbero ammonire i prepotenti, rinsaldare il coraggio nei deboli, rimettere meno peccati, stringere più mani tremanti.
Oggi e domani a Galatina si vota; la parola "mafia" non è stata protagonista della campagna elettorale di nessun candidato. Non porta voti, forse li toglie. Chi riuscirà vincitore fra i due candidati sindaco potrebbe inaugurare il proprio mandato con una dichiarazione ferma e chiara di esortazione ai commercianti della città perché non paghino il pizzo; potrebbe assumersi l'impegno concreto di essere al fianco di chi decidesse di denunciare ogni estorsione e potrebbe attivarsi da subito perché i beni, già confiscati alle associazioni mafiose operanti sul territorio, tornino al più presto a riempirsi di giovani vite operose. Potrebbe.


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