Carestia

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carestia carestia La parola suona estranea e lontana agli orecchi occidentali, storditi dai jingle dei noti e scintillanti fast food, che per pochi euro sanno regalare - in un colpo solo - una quota di responsabilità del degrado fisico e morale del pianeta, e qualche punto percentuale sui fattori di rischio di malattie cardiovascolari. Eppure oggi le Nazioni Unite, per la prima volta dal 1980, dichiarano ufficialmente che il corno d'Africa è in stato di carestia. Siccità, situazione politica instabile e logorata dai conflitti, abusi sui diritti umani. E l'ombra colpevole di aziende occidentali con le mani sulle miniere di oro e di rame, ad alimentare l'obesità dei propri figli.
Questa è l'economia delle contraddizioni, questa la peggiore declinazione della globalizzazione. Finanza globale, (dis)umanità locale. Ingiustizie e sperequazioni globali, pochi attori che muovono le fila in silenzio, ed effetti locali sui prezzi della puteca dietro casa. C'è solo da subire, pare. Schiacciati dal potere delle società di rating e da speculazioni di tutti i tipi, obbligati ad un assurdo gioco d'azzardo kafkiano in cui il croupier siede al tavolo, e sa barare. Vittime della follia di castelli di derivati finanziari poggiati sul nulla, umiliati da disuguaglianze così estreme da non poterle immaginare fino in fondo - quando su miliardi di persone una manciata di esse possiede più del resto della somma. Patetici, noi con i nostri sassolini a tentare di smuovere i macigni dei padroni. Fino a quando?
La carestia morale della società contemporanea, opulenta e colpevole, è più grave. E' la carestia di chi ha perso ogni riferimento, di chi ha dimenticato la dignità umana per se stesso e per i suoi simili, di chi ha smesso di parlare con verità preferendo rifugi filosofici autoreferenziali. E' il regno della contraddizione, perché ci si deve poter professare membri stimati della società eppure fregarsene del mondo intero. E nessuno può azzardarsi a dire "mi pare che qualcosa non torni", perché non si deve giudicare, mai: in fin dei conti, quid est veritas?, no? Piegati da questa menzogna perversa continuiamo per una strada senza uscita, e dopo che avremo sbattuto rovinosamente la faccia qualcuno vincerà un Nobel dicendo quello che una coppia di anziani presi per mano dimostra di sapere da sempre: che la crisi economica è soprattutto una crisi di valori. Che negli stenti si era felici di condividere il poco, mentre il materialismo rende soli. Che ci si affanna, inseguendo non si sa bene cosa, dimenticando l'uomo e lasciando avvizzire l'anima.