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"C'è un tempo per tacere e un tempo per parlare"
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L’Horror dei sentimenti

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 La solitudine li accomuna. Uno è cinematografico, l’altro è letterario. Interpretazioni profonde dell’amore tra due persone accomunate da un dolore tutto fisico unico e indivisibile, dove vince l’autocontrollo e l’implosione dei sentimenti. Ed è proprio nella carne dei corpi, nei loro respiri, nei loro sguardi, nella scelta cromatica dei loro luoghi, che il film di Costanzo diventa altro rispetto al romanzo di Giordano. L’intensità della storia tra Alice e Mattia è la stessa che si percepisce nel libro, i personaggi hanno la stessa incertezza, la stessa inadeguatezza, o qualcuno direbbe la stessa agghiacciante tenerezza. Però mentre lo scrittore sottrae quasi matematicamente quell’enfasi che ci accompagna per tutta la lettura, la avvolge di frammentarietà, tifa per una certa rarefazione, il regista al contrario carica ogni scena come se dovesse essere l’ultima, la “riempie” di significato puntando tutto nella scelta del colore, sospendendo momenti, allungandoli, estremizzandoli, forzandoli. Una recitazione volutamente essenziale, naturale, quasi sottomessa, aiuta a rendere la storia ancora più profonda e carica di tensione. Ecco a voi il tocco dell’autore cinematografico, il lavoro libero sull’interpretazione del romanzo, lontano da bieche operazioni commerciali. Un film per poter essere bello non deve mai essere troppo fedele al romanzo da cui è tratto.  
La Solitudine dei numeri primi di Saverio Costanzo 2010

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