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'Sotto il cielo degli ultimi'. Antonio Marra per l'Africa

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sottoilcielodegliultimi sottoilcielodegliultimi 'Sotto il cielo degli ultimi' è il titolo del libro scritto dall'Avv. Antonio Marra e stampato, nel mese di luglio 2012, da Arti Grafiche Panico di Galatina. L'autore racconta, in prima persona, i suoi viaggi effettuati nei più variegati territori africani. Probabilmente non per villeggiare ma per conoscere e riflettere sulle misere condizioni sociali e umane della povera gente appartenenti a un "mondo, ben al di sotto del 'terzo', che viene artatamente dimenticato" afferma lo scrittore nell'introduzione.

Nella stessa, termina con "La disarmante serenità di volti incontrati lungo affascinanti tragitti, mi ha inibito ogni tentativo di chiarire loro che, nella corsa per la vita, restano marchiati dall'invariabile condizione di ULTIMI!". Un continuo e prezioso diario di bordo che ci trasmette ricordi, emozioni, pensieri e le riflessioni nobili dell'autore; sono esperienze che ha vissuto personalmente inoltrandosi nei posti più sperduti e pericolosi del continente nero.
I suoi mezzi di trasporto, per centinaia di chilometri, sono stati: bicicletta, gip, una station wagon, barche, aereo e, soprattutto, tantissimi chilometri a piedi. Mezzi al limite della sopravivenza e che, oggi, non troviamo nemmeno in un parco di demolizione. Non sono mancati sentieri inaffidabili a tal punto da rischiare la vita, ma l'amore, la passione e l'interesse a volte conduce anche a questo.
Nel libro, 200 pagine, troviamo opere imponenti e misteriose come le piramidi, il Nilo, i deserti, l'oceano, i fiumi, le grandi città, le foreste, le barriere coralline, le capanne costruite con escrementi e fango, le taglienti rocce nere, ecc., ma lo scrittore pioniere va oltre: con poche parole esprime magistralmente la parte più significativa di ogni elemento appartenente alla flora o alla fauna o a una persona, è come se con rapide pennellate dipingesse una tela.
Così troviamo "Timide gazzelle corrono sfrenate nella fuga per la vita. ... All'imbrunire ceno nella fitta selva, contendendo pietanze agli insetti tenaci, ... Contemplo il rituale tramonto rubefacente, sorvegliato dalla sentinella masai, che veglia su un tronco membruto. ... Il monotono ruggito di un leone, antico canto d'Africa, urla, pure le tenebre, la regalità suprema".
Marra nella sua narrazione, spesso, si collega al passato, un passato di traffico di schiavi e d'avorio, un passato di colonizzazione e non mancano confronti con il mondo moderno. Un esempio: ogni giorno si gettano tonnellate di cibo nei cassonetti mentre muoiono tantissimi bambini di fame. L'autore ci parla di ragazzi neri che traghettano foraggio quasi per niente, invece i nostri cambiano continuamente il cellulare e guidano, appena diciottenni, un'auto costosissima. Tutto ciò ci fa riflettere su: umiltà, povertà, semplicità, ingenuità soprattutto dei bambini, ragazzi e giovanissime dell'Africa. Questi ultimi spesso vengono citati dall'autore. "Frenetici bambini spingono o trainano carretti carichi di frutta, di stoffe o di niente, ... bambini festosi che mi danno il benvenuto ... un ragazzino vestito di stracci ... mi viene incontro sorridendo felice. L'osservo scavare, con le mani ossute, la polpa di un mango, prima di portarsela alla bocca per poi esclamare: Jambo!
Jambo ... , un saluto che, già nella sua armoniosa sonorità, evoca ottimismo, gioia, distensione e che, pronunciato dal quel bimbo, fa capire che povero non è chi non ha, ma chi brama d'aver di più".
E ancora "Gruppi di ragazzine dalla pelle olivastra adempiono riti quotidiani, attingendo al fresco rio l'acqua per la comunità montana". Di altre donne che mantengono un fratellino con un braccio e con l'altro trasportano brocche di bronzo in testa. Lo scrittore ricorda uno dei momenti più emozionanti quando una bambina "con uno svolazzante vestitino bianco e celeste" tenta di trattenerlo per non farlo andare via, ma non trascura nessuno ed ecco la presenza di una nonna che fila il cotone che servirà a realizzare tradizionali vestiti.
Un'altra scena commovente è quella quando Marra dà un passaggio a una madre e alla figlioletta, "intorbidate dalla polvere", per condurle a una scuola. Arrivati a  destinazione, vi sono altri bambini che si riparano dal caldo sotto l'ombra di un grande albero e aspettano l'ordine dall'insegnate per entrare in un'aula di pietre. Banchi metallici arrugginiti, quaderni vecchi, ma gli allievi sono attentissimi: la guida pone delle domande e ad ogni risposta corretta segue un caloroso applauso di tutti gli altri ragazzi. Tutti felici d'aver appreso qualcosa. La maestra, intanto, è assente, ha dovuto accompagnare velocemente un ragazzino all'ospedale perché malato di malaria. L'autore racconta, emozionato, il prosieguo.
"Poco dopo sono anch'io sul posto. ... Le pareti dell'angusta astanteria sono tappezzate da proclami di prevenzioni ... di malaria, piaga mai doma, aids, epidemica serpe e tubercolosi morbo crescente ... compare un'infermiera ... mi fa entrare nella sua stanza ... Mi siedo vicino ad un lavabo dall'acqua putrescente ... È la volta di un pargoletto che non raggiunge il metro. Il bisturi affilato incide il polpastrello tenero, senza tributo di lacrime o singulti. Mentre la carnefice deterge la ferita, il bimbo alza lo sguardo a fissarmi con gli occhi docili e rassegnati. Quel piccolo è già grande". In sostanza la sofferenza, la povertà, la speranza di vivere, i sacrifici fanno maturare prima i piccoli, mentre alcuni adulti, vissuti fra agi e piaceri, restano sempre "piccoli". Il libro è affascinante e, dopo aver letto la prima pagina, ti obbliga a leggerlo tutto. Spesso le pagine contengono righi poetici come "Terra brulla di aride pietre, popolazioni berbere d'antica stirpe, argillose dimore cotte dal sole ... anima e cuore del Maghereb!"
Antonio Marra semina nel suo libro un'infinità di messaggi educativi, sociali e soprattutto umani, evidenziando l'accettabile sofferenza degli africani sin da quando sono piccoli, ma che con niente diventano felici. Più felici sicuramente dei fratelli "bianchi", figli dello stesso Dio, ma questi ultimi avidi di ricchezza, di potere politico, di superbia, di sopraffare e dominare i più deboli attraverso infiniti e mortali strumenti. Fortunatamente non tutti sono schiavi del "dio denaro", c'è stata e c'è ancora una parte dell'umanità che ama il proprio simile e lotta per la giustizia sociale ed umana. L'autore ha scritto il libro non per sé ma per sensibilizzare gli altri e il suo pensiero lo sintetizza negli ultimi righi. "Ed io torno nel mondo che è mio, di compromessi indesiderati, del fuggir dei giorni che no s'assaporano, degli inganni dell'apparire.
Non so se scegliere carestia di fame o di valori. Certamente il privilegio dell'alternativa a me è concesso. Così non è, sotto il cielo degli ultimi!"

 

Si può avere il testo offrendo liberamente qualche euro. Il ricavato sarà devoluto alle etnie più bisognose dell'Africa.


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