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'Antonietta De Pace, La donna dei lumi'. Il 19 alle 20 Rino Duma presenterà il suo romanzo

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Rino_Duma Rino_Duma 'Antonietta De Pace, La donna dei lumi", l'ultimo romanzo storico di Rino Duma verrà presentato martedì 19 alle ore 20 nel Palazzo Rizzelli a Galatina. Per gentile concessione dell'autore pubblichiamo la prefazione del libro. Antonietta de Pace è un personaggio splendido, vivace, intrepido; è uno spirito libero, che si batte per la propria libertà e per quella del popolo, da sempre sottomesso alle inique condizioni di vita imposte dal Borbone. È, per certi aspetti, donna selvaggia e indomita, istintiva e co-raggiosa,

che non si lascia imbavagliare dalle rigide regole del tempo, che combatte le umilianti condizioni in cui versano le donne. Antonietta è un personaggio che non accetta le inique gerarchie della società contemporanea, che tenta di spezzare, il più delle volte riuscendovi, le catene della rassegnazione, del fatalismo, dell'indifferenza, dell'abbandono, dell'oblio, dell'eterna sottomissione; è una donna che, tra tanti sacrifici e ostacoli, riesce a scardinare mentalità retrive e ad inculcare la forza della ragione, del sentimento, del coraggio, della lotta: unici rimedi per garantire a chiunque dignità e conquistare i sacrosanti diritti alla vita.
Della scoperta di Antonietta de Pace devo ringraziare Emilia Bernardini, pronipote dell'eroina di Gallipoli, gli storici Federico Natali (gallipolino) e Pietro Palumbo (francavillese), i proff. Aldo Vallone, Oronzo Colangeli e Beniamino Marciano, quest'ultimo marito di Antonietta, i quali hanno lasciato delle valide testimonianze.
Ho condotto delle minuziose ricerche, scartabellando negli scaffali dell'archivio storico di Gallipoli e rovistando con pazienza da certosino nei numerosi siti telematici, con l'unico scopo di arricchire le conoscenze sul personaggio gallipolino, che merita pienamente di essere collocato tra coloro che hanno dedicato la propria vita alla "rinascita democratica della gente del Sud".
Antonietta già nasce libera e si nutre per tutta l'infanzia di libertà, grazie a suo padre e allo zio paterno Antonio, prete e astronomo, entrambi ai vertici delle sette carbonare gallipoline de "L'Asilo dell'Onestà" prima e de "L'Utica del Salento" poi. Antonietta, da giovane, conosce Epaminonda Valentino, un grande liberale che la influenzerà per la vita e che in seguito diverrà suo cognato. È lui che le ravviva la fiamma della libertà e dell'idea repubblicana. Antonietta abbandona gli studi per dedicarsi con passione e convinzione alla lotta contro i Borbone. Par-tecipa, appena trentenne, alla sommossa napoletana del '48. È braccata in continuazione dalla polizia, ma, grazie all'aiuto di amici napoletani, sfugge ai vari pedinamenti. Con una forza d'animo e un coraggio non indifferenti, visita i prigionieri politici rinchiusi nelle luride prigioni campane e li rassicura che il movimento antiborbonico è vivo e si fa sentire. Fonda e dirige il circolo politico femminile, al quale aderiscono molte donne, attratte dalla dinamicità e dalla fermezza di pensiero della gallipolina. Purtroppo è arrestata, su delazione di un infiltrato, nell'agosto del 1855. Viene rinchiusa in una angusta e buia cella di appena quattro metri qua-drati per sedici interminabili giorni, durante i quali subisce torture fisiche e psichiche che la prostrano sensibilmente, ma non l'abbattono. È successivamente trasferita nel carcere di Santa Maria ad Agnone per quattordici mesi. Il processo è lungo ed è indirizzato dall'inquisitore verso la comminazione della pena capitale. Insorgono in suo favore i giornali di tutta Europa; le ambasciate francesi e inglesi a Napoli si fanno sentire, ritirando i loro ambasciatori. Buon per lei che è assolta con formula dubitativa, ma solo perché il collegio giudicante è diviso in parti uguali tra colpevolisti e innocentisti.
Dopo la morte di Ferdinando II, Antonietta segue con molta attenzione l'ambizioso progetto di Giuseppe Garibaldi di occupare la Sicilia e risalire verso la Campania; anzi, per via epistolare, lo sprona all'ardua impresa e contribuisce a finanziarlo tramite una consistente colletta. Entra con il nizzardo a Napoli tra un tripudio di bandiere, diventa stretta collaboratrice del Dittatore, che le assegna un vitalizio di venticinque ducati al mese "per i gravi torti subiti per causa di libertà" e dallo stesso è nominata direttrice dell'ospedale del Gesù.
La donna rimane molto male quando viene a conoscenza del siluramento di Garibaldi da parte di re Vittorio e la sua sostituzione con Luigi Carlo Farini a luogotenente di Napoli. Da questo momento nasce nella gallipolina un forte risentimento verso il nuovo governo, che, dopo qualche tempo, si trasforma in odio, quando si rende conto della pessima e discriminante politica tra il nord e il sud d'Italia, delle continue ruberie, dell'insopportabile tassazione (tassa sul macinato su tutto), della deportazione di numerosi soldati borbonici nelle fredde carceri di Fenestrelle, di S. Maurizio Canavese e del castello Sforzesco, dove periscono in quarantamila, del progressivo impoverimento del meridione e di altre cause non meno importanti. Dapprima stenta a credere, anche perché il suo compagno, Beniamino Marciano, la persuade ad avere fiducia nella nuova Italia, ma, con il trascorrere degli anni, Antonietta si convince sempre più dell'enorme danno derivato ai meridionali in seguito all'unità d'Italia.
Arriverà a dire: "Cambiano le facce, ma i monarchi sono sempre uguali!".
Trascorre gli ultimi anni della vita impegnandosi nell'istruzione, che ritiene l'unico mezzo per sconfiggere l'ignoranza, per costruire un pensiero critico nei giovani e per eliminare lo stato di servaggio verso il settentrione. Si dedica con passione all'istruzione delle donne.
Per una grave forma di polmonite, inizialmente trascurata, muore il 4 aprile del 1893 con una grande pena nel cuore: la mancata pacificazione degli italiani e l'incompleta omogeneità di vita tra un Nord, sempre più all'avanguardia, ed un Sud, straziato, sfruttato e sempre più allo sbando. Una forbice, che all'atto della fantomatica unità d'Italia, ha le due lame accavallate ma che poi, per i tantissimi misfatti nordici, si allarga sempre più sino a raggiungere il massimo dell'apertura consentita.
Se oggi fosse ancora viva, la gallipolina masticherebbe amaro e tornerebbe con maggiore lena sulle barricate a combattere i nuovi briganti, quelli dai "colletti bianchi", quelli dell'alta finanza, quelli senza alcuna pietà, quelli che oggi dirigono a senso unico le sorti di un'Italia, sbandata, divisa, rotta e corrotta.
Ciò nonostante ho buone ragioni per credere che ci siano ancora margini per recuperare la preoccupante situazione, ma occorre innanzitutto riscrivere la vera storia, per poi lavorare tutti assieme a conciliare in ogni senso gli italiani e a portarli su livelli di uguaglianza civica, morale ed economica. Dispiace dirlo, ma oggi siamo ancora molto distanti dal considerarci "Fratelli d'Italia".
Purtroppo ci sono, o meglio ci sono stati, tanti "Nord e Sud" nel mondo. Basta ricordare gli Stati Uniti d'America, il Sud Africa, la Germania, il Brasile ecc. Molti sono stati provviden-zialmente superati, alcuni, invece, come il "caso Italia", ancora illogicamente persistono e de-terminano scompensi e sperequazioni da far rabbrividire gli osservatori esterni.
Solo se costruiremo un nuovo modello di vita, fatto di rispetto, impegno, solidarietà, fratellanza e condivisione, se c'inventeremo un sistema di sviluppo, in cui ognuno possa realizzarsi liberamente e spendersi per sé e per il "Bene Comune", se riusciremo a fondere l'idealità con la realtà e la realtà con l'idealità, se cioè daremo "scarpe alle idee" per farle camminare ed "ali alle azioni" per staccarci dalla materialità quotidiana, potremmo senza alcun dubbio arrivare ad un passo dalla felicità. Si può fare: basta volerlo.
In fondo, per tutto ciò Antonietta si è battuta e ha lottato durante la sua tribolata ma eroica esistenza.

 

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