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"C'è un tempo per tacere e un tempo per parlare"
Viva Athena
Parva

Marcinelle, sola andata.

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Sono stata a Marcinelle. Lontano dall'Italia, in un posto carico di promesse e povero di rimpianti, il viaggio somiglia un po' a un pellegrinaggio. Da Bruxelles alla miniera, la Bois du Cazier, a Charleroi. Nella culla dell'Italia che emigrava, sotto le spoglie dell'Italia che emigra. La passeggiata fra i padiglioni del gigante di ferro e cemento è troppo silenziosa; c'è solo il vento e c'è solo la pioggia. Non si sono i rumori dei cavi di acciaio che tirano giù le gabbie, sino al centro della terra. La campana che scandisce i turni di lavoro è ferma, non suona, solo ondeggia. Le docce, per lavare via il nero del carbone, sono spente. La locomotiva è una carcassa vuota e i binari non fischiano, quasi si confondono nella ghiaia.
Nelle estati torride "giù da noi" capita di vederli, ormai anziani, gli emigranti di ritorno da Sangallo, da Colonia, da Parigi, per le ferie a casa. Non sono come gli universitari che tornano dai genitori dopo qualche mese di studio al Nord. Quelli hanno addosso i decenni lontani da casa, hanno occhi gioiosi, in riva al mare, nelle strade dietro le case in cui sono nati; hanno camicie improbabili e parlano dialetti irripetibili. Hanno nipoti biondi, mani deformi dalla fatica, mogli mitteleuropee. Sono felici e recuperano il contatto con le radici in un attimo, il tempo di un caffè o di una fetta di anguria.
L'8 agosto del '56, a Marcinelle, 274 uomini scesero giù a rosicchiare il carbone alla terra; 262 non tornarono in superficie. 136 erano italiani, 22 erano pugliesi, 16 erano salentini.
Abbiamo il ricordo di Marcinelle. Ma non sappiamo cosa sia. Quei minatori hanno pochi epigoni. Gli studenti universitari, gli insegnanti supplenti in Val Camonica, gli stagisti trafelati, gli avvocati rampanti a 1000 euro al mese, non sono migranti. Chi lascia oggi l'Italia spesso non emigra. Cerca una strada più giusta, interlocutori meno miopi, qualcuno che lo ascolti, un intenditore di talenti. Viaggia. Sperimenta. Va a studiare una nuova lingua. Fa uno stage. Collabora a un progetto. Conosce una cultura nuova. Allarga il proprio network di amicizie. Ma non emigra.
Per emigrare, bisogna lasciare il cuore a casa, appoggiato sul comò in camera da letto, senza disprezzo per il proprio Paese. Bisogna partire sapendo di non tornare, perché al ritorno ad aspettarci ci sarebbe solo miseria. Bisogna partire con nulla e aspettarsi di avere tutto, voltandosi sempre indietro e continuando a parlare il dialetto, mentre si parla in francese. Subire umiliazioni, privazioni, soprusi. E amare comunque la miniera. Bisogna ascoltare i cantanti italiani neomelodici, non essere stufi della pizzica, difendere sempre il proprio Paese, anche contro l'evidenza, e non portare i panni sporchi a casa, al ritorno per le vacanze.
A Marcinelle si potrebbero portare i ragazzi del liceo, in gita. Coi cellulari spenti, se no non si sente il rumore del vento. E potrebbero recarsi in delegazione anche quelli che votano per leggi che autorizzano il respingimento dei migranti alla frontiera, sui barconi che caricano acqua al largo dello Ionio. Bisognerebbe fermarsi tutti vicino alla grata dove sostavano, aggrappandosi mute, le donne dei minatori che l'8 agosto tardavano a riemergere, intrappolati sottoterra, mogli già vedove, figli già orfani.
Nella capitale scintillante, a Bruxelles, in una delle boutique più esclusive di Avenue Louise, i cartellini degli abiti, con svariati zeri, rassicurano che la manifattura è italiana; le arance, sul bancone del mercato, sono siciliane; l'olio ‒ ma non è vero ‒ è made in Puglia. E a mensa, se la solerte cameriera chiede "Emmenthal ou fromage italien, madame?" ("Emmenthal o formaggio italiano, signora?") non c'è un funzionario in doppiopetto che non dica "Parmesan, merci".

 


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