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"C'è un tempo per tacere e un tempo per parlare"
Viva Athena
Parva

Per fortuna non c'era la PlayStation

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Piazza_Stazione_Galatina Piazza_Stazione_Galatina Spesso mi trovo a passare da quello che è stato il luogo prediletto della mia infanzia, luogo in cui ci si ritrovava e da cui partivamo per le escursioni verso il centro o verso la campagna. E ogni volta lo struggimento mi prende con un nodo alla gola nel vedere quel posto così cambiato e così privo di urla e ragazzi, tanto da non sembrare neanche lo stesso. La terra rossa secca e polverosa che copriva quasi per intero la superficie attorno ai pini e in seguito qualche solitaria palma o pitosforo,

è ora stata irreggimentata da alti bordi in cemento, e su tutto grava la mole di un monumento moderno, che mi è sempre parso fuori scala e che certamente noi ragazzi non avremmo capito, più avvezzi ad una piccola vasca con acqua limacciosa da cui si ergeva una pigna realizzata in mattoni.
L'immancabile pallone di plastica (raramente sostituito con uno in cuoio), e se mancava ci si ingegnava a riprodurre in versione pauperistica quel gioco visto in televisione, come quando ci reinventammo il golf. Le mazze che più tardi ho scoperto chiamarsi ferri, le avevamo fatte in casa, e ancora ci narravamo come qualcosa di epico, di quando un ragazzo del gruppo con un solo colpo e da una distanza di circa 20/25 mt., riuscì a centrare la buca, e da allora riponemmo le nostre mazze, ché tanto, meglio non si poteva fare. E venne la settimana in cui io e mio fratello tornammo a casa con la testa rotta e il sangue zampillante, mandando in estrema agitazione nostra madre. Districavamo l'ordito di quei dischi (fiscoli) che si usano per torchiare la pasta di olive o la vinaccia, e recuperavamo delle lunghe corde che raggruppate lanciavamo su un alto ramo, e da un muretto come dei novelli Tarzan, ci lanciavamo nel vuoto. Quella volta, al lancio maldestro seguì una craniata col muro e io mi ripresi solo dopo un getto d'acqua che lavò il sangue e mi fece capire la situazione. Altra invenzione, ma abbandonata perché ci si rendeva conto della pericolosità, lanciavamo a mo' di fionda quei grossi bulloni che bloccano i binari alle traversine. Un Davide provetto centrò un Golia inconsapevole proprio sopra l'orecchio e quella volta il piccolo Davide si prese anche un manrovescio da uno dei più grandi.
Queste attività si svolgevano in una sorta di dépendance della "villetta", più selvaggia e intricata, quasi una terra di nessuno posta tra i binari e viale Jonio. Luogo in cui, iniziate le vacanze scolastiche, uno dei grandi, che conosceva atleti detentori e record europei e mondiali di molte discipline dell'atletica leggera, organizzava una piccola e strampalata Olimpiade.
Ricordo il salto in lungo, il triplo, quello in alto, il lancio del disco, quello del peso e poi 100, 200, miglio, 3000 e 5000 metri. Queste ultime gare si svolgevano su una deserta strada per il Duca, su cui qualche volenteroso armato di rotella metrica, pennello e vernice, aveva segnato ai bordi dell'asfalto le mete in successione.
Sia le gare che le interminabili partite di calcio trovavano degna conclusione attorno alla fontana (che per fortuna è ancora presente), ad aspettare il meritato turno per darsi una ripulita e dal sudore e dalla terra rossa che riempiva ogni poro. Tornati in condizioni presentabili ci si avviava verso casa, non prima di darsi appuntamento per la sera dopo cena, con le bici (tutte di seconda mano), a ritardare la venuta del sonno.

 


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