'Cacciatori di mafiosi'

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Andrea_Galli_Cacciatori Andrea_Galli_Cacciatori Di Andrea Galli avevo apprezzato molti articoli sul Corriere della Sera, mi piaceva - e mi piace - che lui intervisti personaggi notissimi su temi "minori" come ha fatto con Letizia Moratti sull'emergenza abitativa per gli extracomunitari quando l'ex sindaco di Milano arrivò a sentenziare i clandestini di norma delinquono, gli stessi nuovi cittadini milanesi che - Galli denuncia - versano circa 3 miliardi all'INPS e all'INAIL; mi è piaciuto - e mi piace - che ami rimettere ordine alle verità manipolate, quei drammi umani fatti

merce mediatica come quando ha conversato con Alda Merini: ricordo benissimo l'intervista, il sentimento di conforto, di recuperata fiducia nelle parole dell'illustre poetessa; e che si sia indignato per gli aborti clandestini nell'indifferenza della civile metropoli. Forse un libro-inchiesta in libreria non lo avrei scelto perché anche a me capita di inciampare nel pregiudizio di molta critica, anche togata (lo stesso E. Scalfari - salvo smentirsi con le sue numerose pubblicazioni - ha parlato di "sottospecie dello scrittore"), di distinguere fra i giornalisti i Terzani, gli Hemingway e gli altri, responsabile l'editoria modaiola alla Saviano o alla Vespa di cui francamente non se ne può più. Ma Cacciatori di Mafiosi, Andrea Galli-Rizzoli ed.- maggio 2012-pagg.250 (€12,00), fresco di stampa è arrivato – gentile dono dell'autore - proprio a casa mia, anzi all'indirizzo della sede salentina di Popoli e Costituzioni (questi gesti alimentano il mio sogno che questa piccola faticosa cosa mia abbia un senso), mi ha scelta e mi ha entusiasmata.

 

Non sarei in grado di parlarne se fosse soltanto un libro-inchiesta, non ne ho la competenza, ma è - prima - un ottimo prodotto letterario ben lontano, per fortuna, dalla lezione civile, presuntuosa fino alla saturazione, sul modello di Gomorra e dei testi di Quello che (non) ho. Non c'è accumulo di dati, in questo si riconosce la valenza letteraria del lavoro di Galli: le cinque vicende, legate dallo stesso fil rouge trovare la preda o fallire costi quel che costi, riassumono un'unica storia esemplare, storia di uomini e donne comuni che lasciano un segno forte nella memoria di chi legge. Perché la mafia Galli la fa raccontare - da qui il pregio del suo lavoro, e l'eccezionalità - da chi fa il mestiere più bello e difficile del mondo, il poliziotto sempre in guerra di posizione. I cacciatori di mafiosi li ha cercati fra Calabria, Campania, Spagna, Sicilia, Albania appostandosi anche lui in attesa, l'appuntamento può saltare, è il lavoro dei poliziotti. Come quello del giornalista, perché a voler cercare a tutti i costi la presenza dell'autore, si direbbe - forse azzardando - che i suoi cinque protagonisti siano cinque suoi alter ego; non a caso Galli lo raccontano così: un tipo strano che per raccontare la vita dei barboni dorme con loro nei vagoni abbandonati alla stazione centrale di Milano e per raccontare la vita dei cacciatori di mafiosi passa le notti ad aspettare il passo falso della preda .

La scrittura di Andrea Galli è scevra da narcisismi, nessuna proiezione su sé stesso, a lui interessa soltanto dare visibilità agli eroi col mephisto sul volto (la notorietà non ce l'hanno né la cercano, loro), quelli che lavorano in squadra armati soprattutto di pazienza: niente cellulari, nessuna distrazione due tre scatolette di tonno l'acqua te la fai bastare; un solo errore può compromettere l'esito del lavoro di tutti. I Catturandi – così chiamano la squadra – sono una specie di tribù. Si vince insieme e insieme si perde. Non esistono i superpoliziotti in solitaria che catturano i mafiosi. Son tutte balle. "Mi ci romperò la testa" dice il famosissimo capitano nel grande libro di Sciascia, i poliziotti di Galli aspettano come Bellodi il loro giorno della civetta. Hanno necessariamente nomi di fantasia nel libro, va garantita la protezione. Sono Lupo, comandante del R.O.S.; Catalano, ispettore della Catturandi; Agron Zylyfi, ex-poliziotto albanese; l'agente Marra; Leo, il comandante dei Carabinieri. Andrea Galli è riuscito ad avvicinarli, si è fatto raccontare le strategie investigative, le fasi della cattura di uomini di mafia noti alla cronaca, l'ultima del 10 febbraio 2012. Ciccio Pesce, boss della 'ndrangheta. Domenico Raccuglia, boss di Cosa Nostra. Zani Caushi, signore della mafia slava. Antonio Iovine, boss dei Casalesi. Gli Aquino-Colucci, clan della 'ndrangheta. Le storie - è in un'avvertenza in appendice al testo - sono tutte vere, così naturalmente e perfettamente vere che sembrano orchestrate da un'abilissima regia. Le regole della criminalità insieme alle strategie, ai depistaggi, ai kalashnikov, e alle donne. E già, le donne: quelle devote fino all'ingenuità come Anna, l'adolescente vivandiera del boss, e Anita la polacca amante del sultano di Rosarno. Ma il ritratto di donna più interessante è quello dell'agente Teresa Marra, ostinata e fiera, e insieme consapevole che se a una donna in Polizia viene affidata un'operazione investigativa, se non è relegata dietro a una scrivania, non è solo perché è capace, ma perché è donna, non crea sospetto, è invisibile: una dote per sottrazione. Cinque uomini delle squadre speciali e dell'Arma dei Carabinieri, la vita modellata sulle abitudini dei ricercati, bisogna essere rapidi ostinati. Le indagini vivono di accelerazioni improvvise e di colossali momenti di stallo, esasperanti [...]Bisogna essere come i pescatori. Lasciare moglie e figli a casa [...]Può non avvenire nulla. Oppure puoi sentire il pesce che strattona. E torna la domanda: rimango e crepo d'impotenza; vado via e vivo di rimorsi. Scrive molto bene Galli. Flash back, linguaggio asciutto, periodare spezzato, interrogazioni, esclamazioni, sospensioni, frasi ellittiche del verbo quando ha bisogno di calare chi legge nella tensione dell'azione: intercettazioni pedinamenti cattura. Eppure molte pagine tradiscono la sua vocazione letteraria, una concessione non certo casuale alla bellezza e ai sentimenti più intimi, quando, tolta la mimetica e messo giù il mephisto, il cacciatore si scopre - lo scopri - uomo inerme. Sono le suggestive descrizioni dello splendore della costa albanese, in paradossale e inquietante contrasto con luoghi come il quartiere di Cole colonia del narcotraffico, del mercato di organi, degli aguzzini di prostitute, di organizzatori di combattimenti fra cani, di fornitori di bazooka, di scafisti: tutto il peggio dell'umanità. E' l'epilogo tragico di un'indagine, come nel racconto dell'agguato a Ilir Ngresi, un gentiluomo, il più coraggioso, quello capace di beffare i cecchini albanesi, i più abili: era la fine degli anni '90, c'era la guerra nella ex-Jugoslavia e l'Albania era diventata - si sa - il crocevia di tutti i traffici della criminalità organizzata. La scorta si era dileguata ai primi spari. L'autista, uno dei pochi rimasti onesti in quell'inferno, era stato destinato a un altro incarico. Proprio quel giorno! Lo freddarono sotto casa, sul braccio gli scarabocchi a pennarello rosso del suo bambino. In questo passo, e non solo, si coglie la denuncia della solitudine in cui le Istituzioni abbandonano spesso le Forze dell'ordine, proprio come Ngresi, confinato col pretesto della misura di protezione, come Zylyfi, "condannato" a lasciare la sua Albania senza nessun programma di protezione, nessuna garanzia economica (quelli sono per i pentiti di mafia). Galli lo ha trovato in Spagna dove mantiene sé e la famiglia anche facendo il muratore o l'imbianchino, se occorre. Denuncia sfumata, perché niente deve sottrarre spazio, nel bel libro di Galli, all'abnegazione assoluta dei suoi protagonisti, ai loro sogni di cacciare gli squali, i sogni d'infanzia e quelli, spesso, non si finiscono di pagare. Con Cacciatori di Mafiosi Galli esordisce come ottimo scrittore e io ho capito che è solo una querelle sterile e faziosa quella sugli scrittori-giornalisti. Ci sono soltanto scrittori cattivi e buoni scrittori. Tutto qui! (per gentile concessione di sudcritica.it)